a cura di Francesco Cacciabue

 

1. Precettoria di San Giovanni di Roncaglia

A Roncaglia, integrata nelle strutture accessorie dell’omonima cascina, si conservano i resti di una chiesa intitolata a San Giovanni.
Se ne può scorgere la facciata, bisognosa di restauri, transitando sulla strada adiacente che conduce ad Incisa Scapaccino. Altre strutture architettoniche di un certo interesse sono osservabili dall’interno, in particolare un altare addossato ad una parete.
Una lapide presente in facciata sopra la porta d’ingresso, reca la data del 1728. È l’epoca a cui riconducono più o meno i suoi lineamenti esterni ma la sua origine è certamente più antica.
Magari non si trovava precisamente dov’è adesso e certamente aveva altre fattezze, ma di sicuro la presenza di un luogo di culto in quel sito risale a cinque sei secoli prima.
La cappella faceva parte di un insediamento dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, noti anche come Cavalieri di Malta.
La loro presenza a Roncaglia è attestata per il 13 maggio 1302 ma sicuramente risale a parecchi anni prima
Quel giorno ad Asti si riunì il Capitolo Generale dell’Ordine e tra i presenti c’era fra Manfredo del Bosco, Precettore appunto di San Giovanni di Roncaglia.
Una casa, o precettoria, aveva le strutture necessarie a ospitare, rifocillare e curare viandanti e pellegrini, e possedeva una dotazione fondiaria proporzionata, per garantire il mantenimento degli addetti, il funzionamento dell’attività assistenziale e il finanziamento dell’opera di presidio che questo ordine monastico - cavalleresco svolgeva sul Mediterraneo orientale contro i Turchi.
In origine la domus si presentava come un vero e proprio ricetto a corte centrale, munito di cortine protettive e torri, ed era di solito situato in posizione elevata, nei pressi di strade o confini. Più tardi scomparvero le fortificazioni e il complesso prese generalmente l’aspetto di una residenza di campagna.
Descrizione che calza perfettamente con quel che si riesce ancora a scorgere a Roncaglia, che rimanda alla sistemazione moderna, d’età barocca, definita dagli esperti: “forma villa con rustici”.
La cappella in questa ultima fase della storia dell’ordine, era in genere a pianta centrale ed era collegata alla residenza dei cavalieri da una breve galleria.
Insediamenti di questo tipo erano molto diffusi in Lombardia e in Piemonte, dove ne sono stati contati ben 75.
Nell’organizzazione dell’Ordine Gerosolomitano le regioni suddette facevano parte del Priorato di Lombardia, inserito nella Lingua d’Italia: quarta Lingua.
Solo nella nostra zona c’erano precettorie a Oviglio, Felizzano, Solero, Quargnento, Castellazzo, Nizza Monferrato. Nel nostro territorio, oltre a questa di Roncaglia pare ce ne fosse un’altra a Masio.
Era intitolata a San Giovanni come quasi tutte le altre e scomparve molto presto, dal momento che non ha lasciato tracce di qualche tipo.
Mancando la possibilità di un riscontro non si può nemmeno escludere a priori che nei documenti si sia fatta confusione e la casa localizzata a Masio fosse la stessa di Roncaglia. C’è tuttavia un fatto che rende improbabile tale spiegazione.
Fino a quando i confini diocesani non vennero definiti con precisione, e accadde solo successivamente, il malinteso era improbabile. San Giovanni di Masio era nella diocesi di Asti, San Giovanni di Roncaglia era invece in quella di Acqui e verosimilmente era legato alla commenda di San Bartolomeo di Nizza.
Solo in Età Moderna Roncaglia venne a trovarsi sul confine tra i due distretti, rendendo possibile la confusione.
Quanto alla posizione della precettoria masiese non sembra sia rimasta nella topografia masiese indicazione di sorta.
Così possiamo solo ricordare che andrebbe cercata nei pressi delle porte del centro abitato o sulle strade principali, poiché queste erano le sistemazioni che i Cavalieri sceglievano, quando ritenevano opportuno insediarsi in ambito urbano.

2. I sessant’anni della Parrocchia e la chiese scomparse di Abazia

La presenza di un edificio sacro sulla collina che oggi ospita il centro abitato di Abazia, risale all'epoca medievale.
Si trovava più o meno dove è stato recentemente eretto un pilone con la statua della Madonna e portava l'intitolazione della Beata Vergine dei Molti Doni. Pare facesse parte di un convento, più tardi sparito.
Sul finire del Seicento venne edificata un'altra chiesa, più piccola, all'interno della masseria Moncucco. Era dedicata alla Beata Vergine Assunta e ospitava le messe del cappellano del beneficio che vi era stato istituito.
Nell'altra celebrava invece il parroco di Masio.
Nel 1879 si costruì il Collegio per le Missioni Estere per volere dell'abate Giuseppe Faà di Bruno (1815\1889) e tra l'estate del 1882 e quello del 1883 la chiesa annessa, dedicata alla Regina degli Apostoli.
La disponibilità continua di servizio religioso che si poteva trovare presso quest'ultima, finì per rendere superflue le altre che decaddero rapidamente, finendo, la più recente completamente inglobata in una costruzione di civile abitazione e la più antica demolita in tempi di penuria di materiali da costruzione.
Nel 1948 (giusto 60 anni fa) l'edificio maggiore assunse infine funzioni di parrocchia.
Nel susseguirsi di edifici religiosi molto diversi per caratteristiche materiali e finalità istituzionali, si evidenzia una costante, un filo conduttore, che li lega tutti quanti: la dedicazione a Maria.

3. Le chiese di San Sebastiano e San Rocco

Alle opposte estremità di Masio sorgono due “chiesette campestri”, come recitano i documenti d’archivio che ne parlano.
Un tempo, quando il paese era ancora compreso nelle antiche fortificazioni, erano i primi edifici che s’incontravano, avvicinandosi alle porte d’ingresso dell’abitato.
La loro posizione isolata, esterna al concentrico, e la dedica, rispettivamente a San Sebastiano e a San Rocco, lasciano chiaramente intendere quale fosse la destinazione, per cui vennero a suo tempo edificate: fungevano da cappella di un lazzaretto. I due santi infatti venivano nei secoli passati invocati, per proteggersi dalla peste ed il secondo, anche per proteggere il bestiame dalle malattie infettive e contro le catastrofi naturali.
Resta da spiegare come mai Masio avesse due ricoveri del genere.
È da osservare che la devozione per San Sebastiano è più antica (si diffonde almeno dal IX sec.) e questo, insieme ai semplici lineamenti architettonici della chiesa e alla sua giacitura in strada Serra, cioè all’uscita dal paese verso Asti, permette di far risalire la sua costruzione ai secoli del basso Medioevo: probabilmente in quel Trecento che vide diffondersi in più occasioni il morbo e, nel 1348, una delle peggiori epidemie di tutti i tempi. Significativamente non è citata negli antichi Statuti i quali ci sono sì giunti in una redazione del 1372, ma senz’ombra di dubbio redatta ben prima.
Anche per San Rocco si possono fare alcune utili deduzioni.
Il santo a cui è intitolata, visse appunto nel XIV secolo e divenne famoso, per essersi dedicato alla cura degli appestati. La sua venerazione si diffuse perciò nei secoli successivi, in special modo ai tempi di un’altra grande ondata di pestilenze, quella seicentesca. Non stupisce quindi che la chiesa in questione presenti lineamenti risalenti a quel periodo storico. Indicativo poi che si trovi sulla via per Alessandria: Masio all’epoca era ormai definitivamente uscito dall’orbita astigiana e si trovava nel contado alessandrino, a sua volta saldamente inserito nel ducato milanese.
Dunque in un primo tempo il paese ebbe un lazzaretto collocato nei pressi dell’attuale chiesetta di San Sebastiano, in strada Serra. Successivamente entrò in funzione un nuovo ospedale per malati affetti dal terribile morbo, posto sotto la protezione di San Rocco e dotato di una sua chiesa.
Ovviamente nei momenti di estremo bisogno veniva utilizzato anche il più antico. Per comodità e, forse, anche perché la divisione tra gli abitanti del paese e del “Burgeto” (ossia Borgo San Dalmazzo) valeva anche per gli ammalati di peste. Del resto le due comunità continuarono a utilizzare cimiteri diversi per i loro defunti ancora per molto tempo.

4. Lo stemma ritrovato

Lo stemma si trovava sui primi banchi delle due file che arredavano la parrocchiale, fino a circa 30 anni fa. Ad essere esatti, negli ultimi tempi quei banchi che fungevano da testata delle pancate, erano stati ricollocati in posizione laterale, defilata, in modo che fosse pressoché impossibile notarli.
Al momento della sostituzione dei vecchi sedili furono accantonati con gli altri, in attesa di una qualche occasione di riutilizzo, che non venne, e sarebbero finiti perciò ad alimentare qualche stufa se non fossero stati notati dal falegname Antonio Rosio che ne segnalò l’esistenza all’assessore Gian Marco Pagano.
Così è avvenuto il recupero di queste significative vestigia del nostro passato, ora in attesa di una consona collocazione.
La coppia di stemmi, perfettamente uguali, rappresenta l’arma dei Baiveri, che, come tutti sanno, fu l’ultima famiglia aristocratica che abbia dimorato nel nostro paese.

Tentiamo un’analisi dell’insegna gentilizia.
La forma dello scudo corrisponde alla cosiddetta tipologia “francese moderna” detta anche “sannitica”. Un profilo assai diffuso pure nell’araldica iberica e che è stato adottato negli stemmi civili e militari dello stato italiano.
Nella raffigurazione, lo scudo di tale foggia è appoggiato ad un’aquila nera, bicipite, ad ali spiegate, impugnante con le zampe scettro e spada. Nello stemma c’è dunque un’aquila imperiale a fare da “supporto”, a sostenere cioè la parte essenziale della raffigurazione, costituita appunto dallo scudo, il cui “campo” è caratterizzato, nel caso che stiamo analizzando, da “partizioni”. Particolarità che secondo i cultori della materia, lo rende meno pregevole che se recasse “le pezze onorevoli”, ovverosia le più antiche figure araldiche e dunque le più nobili, come la fascia, la croce, il palo, ecc. Vedremo che ciò trova conferma puntuale nella condizione della famiglia che l’aveva in adozione.
Sopra le teste dell’animale è presente una corona reale, in funzione di “ornamento” esterno, forse a voler attestare la fedeltà verso la Casa Reale.
La sovrasta il motto “SUPER SIDERA”, ossia “oltre le stelle”, che è posizionato su un nastro e costituisce la cosiddetta “divisa”.
Ora va detto che questa era degli Incisa, una delle famiglie nobili più prestigiose, che vantava addirittura una discendenza aleramica. L’originaria divisa dei Baiveri recitava invece: “VIRTUS VENENUM EXPELLIT”, cioè “la virtù scaccia il veleno”, ma evidentemente venne sostituita con quella della famiglia che a fine Settecento aveva recato loro il titolo nobiliare, grazie al matrimonio di Giovanni Andrea Baiveri con Brunetta di Camillo Incisa della Rocchetta.
Analoga appropriazione riscontreremo pure nello scudo che in una metà presenta la pantera rampante, rossa, maculata di nero, su sfondo giallo dei Baiveri e nell’altra, sopra l’aquila nera, coronata, sempre su sfondo giallo e sotto le stelle bianche su sfondo azzurro degli Incisa.
Chiaro l’intento di presentarsi come gli eredi legittimi degli Incisa, che ben si comprende, tenendo conto del fatto che v’era stata una lunghissima causa tra i nostri e quei marchesi, avente per posta il feudo di Rocchetta.
Forse per questo allo stemma degli Incisa venne riservata la parte destra, quella troncata, con sopra l’aquila nera su oro e sotto le stelle bianche su azzurro. Il ramo milanese degli Incisa si valse di tale arma con la sola differenza che le stelle erano 10, con la disposizione 4. 3. 3. Che le 11 disposte come nel nostro, fossero tipiche del ramo piemontese?
La sezione di sinistra non offre invece dubbi di sorta: è il classico stemma dei Baiveri.
La corona a 9 punte, appoggiata sulla parte superiore dello scudo, simboleggia il titolo nobiliare di conte. È ciò che in araldica si definisce il “timbro”, ossia l’ornamento sovrastante lo scudo e simboleggiante appunto la qualifica di chi usava quell’insegna.
Una descrizione dello stemma effettuata secondo le regole della scienza araldica, una “blasonatura”, dovrebbe suonare più o meno nei termini seguenti.
Partito: al primo di destra troncato: sopra d’oro, all’aquila, coronata, imbeccata, membrata di rosso; sotto: d’azzurro a undici stelle bianche, 4. 4. 3; al secondo di sinistra: d’oro alla pantera di rosso, coronata, macchiata di nero, rampante.
Lo scudo è timbrato da una corona di conte; sostenuto da un’aquila nera, bicipite, impugnante a destra lo scettro, a sinistra la spada; contrassegnato da una corona reale; il motto è SUPER SIDERA.
Descrizione che, si tenga presente, è dai cultori della materia considerata assai più importante dell’immagine stessa, perché, se condotta a regola d’arte (la nostra ha solo un valore esemplificativo), più precisa di un’immagine che può essere alterata dall’usura del tempo o dall’imprecisione umana in sede di realizzazione.
Ancora l’araldica ci suggerisce il simbolismo degli smalti e delle figure presenti nello stemma, i quali rivelano per lo meno gli ideali, a cui aspiravano coloro che li scelsero.
Tra gli smalti abbonda l’oro che rappresenta virtù spirituali come la fede, la speranza, la giustizia e desideri di una perfetta condizione umana, quali la felicità, la nobiltà, la gioia. Poi c’è l’azzurro che richiama la devozione, la castità, la santità, sul piano spirituale, e la bellezza, l’incorruttibilità, la ricchezza, su quello umano.
Le figure annoverano, come s’è già detto, l’aquila nera, che richiama l’ideale imperiale; le stelle bianche che esprimono il desiderio di perseguire fini di grande levatura morale, d’incarnare un nobile comportamento; la pantera rossa che rimanda alla scaltrezza (il suo mantello maculato) e alla veemenza priva di tentennamenti o rimpianti.
Ognuno, osservando l’immagine, vi ritroverà i particolari evidenziati.
Quanto all’identità della famiglia Baiveri, che si fregiava di tali insegne e aveva un ruolo così preminente in Masio, da potersi permettere di riservare ai propri componenti la prima fila in chiesa, è noto a tutti i Masiesi che fossero nobili e risiedessero nella dimora patrizia che si affaccia ancor oggi sulla piazza, intitolata appunto a loro.
Il senso della presenza dei Baiveri a Masio è nondimeno diverso da quello che potrebbe sembrare: essi, che per circa duecento anni incarnarono la nobiltà a Masio, al punto da essere tradizionalmente indicati col solo titolo, “al cont”, non detennero mai i titoli feudali su queste terre.
Conti lo erano ma di San Paolo Incisa della Rocchetta. E del resto un titolo di “Conte di Masio” non è mai esistito, non essendo stata la nostra terra eretta in feudo se non tardi e parzialmente.
Esistette il più semplice titolo di “Signore di Masio”, cui furono connessi limitati diritti feudali e i cui ultimi detentori furono i Civalieri, che infatti si fregiavano del predicato “di Masio”.
A conferma del fatto che la signoria feudale masiese fosse ben poca cosa, quanto a potere e introiti fiscali, c’è da ricordare che i Civalieri di Masio non elessero mai il paese a propria residenza, limitandosi a capitalizzare i loro diritti.
Dunque in Età Contemporanea a Masio risiedeva una famiglia aristocratica che vi deteneva vaste proprietà agricole, aveva un ruolo di primissimo piano nel notabilato locale, si fregiava del titolo di conte, ma non deteneva i diritti feudali.

5. Abazia, quando Abazia non c’era

Il centro abitato di Abazia è “un’invenzione” di fine Ottocento. È allora che viene promosso a “frazione” del comune di Masio, riconoscendo la crescita demografica, che s’era verificata sulle colline a Sud del Tiglione nei precedenti 150 anni.
Prima il territorio rimase per secoli, campagna abbandonata a sé stessa.
Durante il Medioevo gli unici due insediamenti che lasciarono attestati della loro presenza, furono quello gerosolimitano di San Giovanni di Roncaglia e quello benedettino del Montis Aldonis. Entrambi nacquero evidentemente dall’iniziativa di comunità religiose, che scelsero di erigere una casa qui da noi, ritenendo che il luogo prescelto, ben rispondesse alle loro esigenze.
Sulla collocazione del primo non occorre dilungarsi, tanto è evidente e da tutti riconoscibile; solo si può ricordare che i Cavalieri di San Giovanni avevano tra le loro specificità la difesa, l’ospitalità e la cura dei pellegrini, ragion per cui erano soliti realizzare i propri impianti lungo le strade considerate bisognose della loro attenzione o per la grande affluenza di viaggiatori o per la pericolosità dei luoghi attraversati.
La seconda residenza monastica si trovava quasi in cima al versante settentrionale della collina principale, vicino al luogo dove di recente è stata posta una statua della Madonna, per ricordare appunto l’esistenza dell’antica chiesa.
Le dimensioni di questi abitati erano modeste. Le due piccole comunità religiose erano affiancate da un certo numero di famiglie contadine, che vivevano nei pressi e che non è possibile quantificare per mancanza di fonti.
I rispettivi, piccoli, edifici di culto costituirono per secoli gli unici punti di riferimento di un’area per il resto selvaggia.
In progresso di tempo comparve qualche altro stanziamento, frutto del lento processo di dissodamento e messa a coltura, a cui erano sottoposte le aree più facili da rendere coltivabili. In questo senso si tenga presente che l’incolto era in massima parte qui costituito da boschi. La novità di queste successive iniziative fu la finalità esclusivamente economica. Le famiglie che andarono a risiedere lì, lo fecero per dedicarsi ai terreni circostanti.
A questa serie di installazioni dovrebbero appartenere luoghi che per inciso sono simili nella loro denominazione, poiché richiamano tutti la collocazione elevata, unendola ad un’altra caratteristica. Ciò vale per Montebro, per Monvicino e per Moncucco. Etimologia a me sconosciuta nel primo caso e più che evidente nel secondo. Nel terzo si volle con tale termine sottolineare la rotondità dell’altura.
In Età Moderna vennero poi create un paio di aziende agricole sulla proprietà dell’ordine religioso delle Carmelitane Scalze del monastero di Santa Teresa di Alessandria. Portavano il nome della santa e si trovavano sulla strada per Roncaglia: una coincideva probabilmente con la Fica, l’altra, più piccola, sembra fosse un poco più avanti. Si trovavano su terreni un tempo dei Gerosolimitani, in seguito finiti a quest’altro ordine religioso.
Allo stesso modo sull’area in origine dei Benedettini venne poco dopo creata la fattoria dell’Abbazia Caira. Pure essa aveva sede in Alessandria, presso la chiesa della Santissima Annunziata. Forse per le sue dimensioni maggiori o semplicemente perché era venuta a mancare la comunità religiosa del Montis Aldonis, fatto sta che questo insediamento seicentesco fu dotato di una cappella, dedicata all’Assunta.
La popolazione delle colline crebbe in modo significativo nel Settecento, quando, per motivi che meriterebbero d’essere approfonditi, fu tutto un fiorire di abitati rurali con conseguente sviluppo dell’attività agricola. In quel periodo vennero realizzate ex novo una quindicina di cascine: tutte portarono il nome dei proprietari che le vollero.
Sulla collina, dove oggi sorge il nucleo principale della frazione, comparve la Marzari, tra la Gisota e la Troia, la Pozza, nel luogo della borgata omonima, e la Cairo, nel punto in cui c’è adesso il gruppo di case addossate alla SOMS.
Sullo stesso crinale, più avanti verso Ovest, venne edificata la Cacciabue che ha lasciato il nome all’attuale borgata, e più oltre, sulla Collinetta, la Rossi e la Audano.
Tra Roncaglia e le già citate cascine di Santa Teresa trovò posto la Dondo, tuttora osservabile.
Un’altra, la Damasia, doveva essere collocata all’incirca nell’area dell’attuale Spuntalaia, mentre sul bordo settentrionale del crinale, al Pian d’la Mort, c’era la Castelli. Più ad Est, lungo la strada di Monvicino, sorsero nell’ordine la Grimaldi, la Spagarina e la Galiardi.
La Roggeri esiste ancora oggi, come tutti sappiamo; sulla strada per raggiungerla, s’incontrava la Cervetti.
Alla Diridina c’era infine un’altra cascina di nome Marzara. Era evidentemente di proprietà della stessa famiglia che aveva voluto la prima citata.
Tutte queste strutture abitative agricole solitamente non ospitavano mai una sola famiglia, ma per contro il loro numero non superava le 5 o 6. Esse non soppiantarono ma affiancarono gli stanziamenti preesistenti, che continuarono a svolgere il ruolo di punto di riferimento territoriale.
Quello di Montis Aldonis in verità perse ogni importanza economica, conservando solo quella religiosa.
Nel complesso si può riassumere che vi erano poco più di una ventina di insediamenti, di cui i maggiori sembrano essere stati: Roncaglia, Moncucco, Abbazia, Montebro, Roggeri, Cacciabue.
Nel corso dell’Ottocento l’area conobbe infine un ulteriore incremento della popolazione, con l’edificazione di nuovi cascinali sparsi nella campagna ancora deserta e l’ingrossarsi degli abitati preesistenti.
La costruzione del Collegio delle Missioni Estere e dell’annessa chiesa dedicata alla Regina degli Apostoli negli anni Settanta e Ottanta del secolo, per volontà dell’abate Giuseppe Faà di Bruno, diedero un volto nuovo alle colline, fissando il baricentro dell’abitato e offrendo lo spunto per la definizione toponomastica che conosciamo.